Carlo De Benedetti: Lo spettro della deflazione

 

 

 

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Sono di ritorno dagli Stati Uniti dove ho trovato un Paese come sempre proiettato verso il futuro, ma anche molto impaurito dallo stesso futuro. Timori che, nei ragionamenti dei più, diventano vero e proprio terrore per quel tapering ormai deciso, che rischia di abbattersi come una scure sulla capacità di crescere dell’economia americana e mondiale.

Tra i miei interlocutori ho colto, infatti, una consapevolezza molto maggiore di quanto non avvenga qui in Europa sul rischio imminente e potenzialmente devastante della deflazione.

La verità è che noi tutti siamo cresciuti nella paura opposta dell’inflazione. Le nostre facoltà di economia, la nostra politica, la nostra cultura di impresa e del lavoro è fondata sul timore della rincorsa fuori controllo dei prezzi. Dell’inflazione sappiamo tutto e, soprattutto, abbiamo imparato a combatterla. La deflazione è invece un oggetto misterioso. Qualcosa che non rientra nel nostro ecosistema di riferimento. Eppure è molto più dannosa della prima, con il suo circolo vizioso devastante di prezzi che cadono, investimenti che si fermano, salari e posti di lavoro che crollano.

Per fortuna che alla Banca centrale europea c’è una persona dell’esperienza di Mario Draghi. Ha fatto bene Draghi a portare, con la sorpresa dei più, il tasso di rifinanziamento principale a un nuovo minimo storico, approssimandolo allo zero. Evidentemente, malgrado la miopia dei tedeschi, Draghi ha ben chiaro qual è oggi il vero pericolo dell’Europa. Il pericolo di trasformarsi in un epicentro deflattivo per tutta l’economia mondiale. Come ha avvertito in un intervento sul Financial Times Mansoor Mohiuddin, managing director di Ubs, «l’euro corre il rischio di assomigliare allo yen degli anni ’90 e 2000 cioè quello di una valuta forte con fondamentali economici deboli», affondando l’Europa nella deflazione come lo yen ha fatto in passato con l’economia giapponese.
È ormai chiaro a tutti che l’annunciata ripresa non c’è. L’Europa è ferma, il Giappone pure, gli Stati Uniti fanno fatica, finanche le economie emergenti frenano. Dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Cina alla piccola ma importante Svizzera, la deflazione è il rischio contro cui si battono le banche centrali. L’Europa, la Bce, devono essere in prima fila in questa battaglia alla luce della ripida discesa dell’inflazione che negli ultimi mesi, ma già da alcuni anni, si sta manifestando nell’Eurozona con chiarezza.

A ottobre l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è cresciuto dello 0,63% su base annua, in forte frenata rispetto a settembre, il valore più basso degli ultimi quattro anni. L’arretramento caratterizza ormai tutti i Paesi mediterranei, e non solo. Eclatante il caso della Grecia che ha registrato un calo dei prezzi su base annua del 2% a ottobre, la discesa più ripida dal crollo del 2,1% verificatosi nel 1962. Un calo dei prezzi per otto mesi consecutivi che non accadeva dal 1959. Il reddito disponibile in Grecia, in questi sei anni di Pil in contrazione, si è ridotto del 30 per cento. I salari sono stati tagliati del 12% in due anni.

Ma la deflazione è molto più di un numero, di un prezzo che scende, non è un’arida equazione matematica. La deflazione capta l’umore dei consumatori, la predisposizione a spendere subito o a rimandare una spesa, la percezione sull’andamento dell’economia e dei prezzi futuri, capta il “sentiment” del mercato. La deflazione si avvita in un circolo vizioso, inizia con il calo dell’inflazione a ritmi sempre più sostenuti (e questo è quanto sta avvenendo in Europa) e poi, più le persone rinviano gli acquisti in attesa di prezzi più bassi, più i prezzi scendono. Intanto i mutui per l’acquisto della casa, il denaro preso in prestito dalle imprese e soprattutto il debito pubblico diventano fardelli più pesanti, in termini reali.

Sono tutte buone ragioni perché i Paesi dell’Eurozona comprendano la necessità di dare segnali espliciti per invertire la rotta delle aspettative: basterebbe far intendere ai consumatori, ai mercati, che si è pronti anche a ricorrere a quello che gli americani chiamano un “reflationary shock” , uno shock inflazionistico che ponga fine alle aspettative deflattive e rilanci la crescita.
La Bce è una giovane banca centrale e non dovrebbe essere vincolata dai lacci e lacciuoli perché la sua storia è tutta da scriversi: ma la Bce è nata a Francoforte all’ombra della Bundesbank, una banca centrale ossessionata dalla lotta all’inflazione. La Bce non a caso è stata impostata per raggiungere un solo obiettivo, quello di mantenere l’inflazione «vicina ma non superiore al 2%». Questo mandato è stretto e non funziona quando la Bce deve fronteggiare il rischio di deflazione.

La Bundesbank, però, non dovrebbe ricordare soltanto il dramma dell’iperinflazione, ma anche quello della deflazione: come ha ricordato Gianni Toniolo sul Sole 24 ore, in Germania tra il 1930 e il 1932 fu la violenta deflazione dei prezzi, aggravata dalle politiche fiscali e monetarie restrittive frutto della paura dell’iper-inflazione dei primi anni venti, a creare il mix esplosivo che portò Hitler al potere. La miopia tedesca, perciò, non è neppure storicamente comprensibile. Anzi, dalla sua stessa storia dovrebbe aver appreso che alla deflazione si risponde con politiche non convenzionali, come quelle che si stanno applicando in tutto il mondo.
Faremo tutto ciò che è necessario per salvare l’euro, ha detto qualche tempo fa Draghi. E lo ha fatto, salvando – per ora – l’euro. Mi piacerebbe che la stessa determinazione venisse messa oggi in campo contro il nuovo nemico della deflazione.

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